Francisco Benitez: la pittura dionisiaca

Siate come sono io! Nell’incessante mutamento delle apparenze, la madre primigenia, eternamente creatrice, che eternamente costringe all’esistenza, che eternamente si appaga di questo mutamento dell’apparenza!”. (Nietzsche, La nascita della tragedia)

Drammaticità, passato e presente si intersecano nell’arte di Francisco Benitez: scorci di strutture moderne accanto ad antiche colonne in rovina, corpi umani, rivestiti da drappi bianchi o rossi, mostrano capi e braccia che poggiano su ciò che rimane di quelle colonne. Nei dipinti realizzati ad olio la carnagione delle figure è bronzea, fedele quindi a quel pathos mediterraneo che l’artista vuol imprimere nella sua arte. Vi è, in particolare nelle figure umane ritratte, una passionalità ‘contenuta’, visibile nelle linee e proporzioni classico-barocche, nell’ondulazione e nella delicata flessione dei soggetti rappresentati. Lo spazio è solo apparentemente immobile e cristallizzato, con un’incisiva presenza dell’elemento metafisico; in esso s’intravedono la trasformazione e il divenire: le colonne logore, gli strappi, gli sfregi, tutto è, nell’insieme, emblema di quell’essere e divenire in rapporto ad un termine supremo che è il Tempo. “Le mie figure – scrive Benitez – palpabili come sembrano, vivono in una dimensione differente, un luogo dove il paesaggio riflette uno stato psicologico, un luogo in cui le figure sono gli attori del dramma cominciato nell’antica Roma e che, attraverso il barocco del Caravaggio, è arrivato fino ai nostri giorni”. L’arte di Benitez è fondamentalmente figurativa poiché il soggetto principale è l’uomo, con i suoi caratteri psicologici e drammatici, percepibili nei tratti espressivi dei volti e nelle movenze dei corpi. Questi esprimono una femminilità e sensualità mature, introspettive e la nudità è il risultato di un ibridismo tra classicismo e caravaggismo (inteso, quest’ultimo, come fusione di sontuosità estetica e introspezione psicologica). Ma la nudità richiama anche l’essenza della cultura greca, quella riconducibile al lato nero, disordinato, istintivo dell’anima dionisiaca. La drammaticità presente nella sua pittura rende omaggio a quelle zone oscure e recondite di un’arte definita negazione dell’arte stessa. Il conflitto tra la luce e l’oscurità, tra la ragione e l’istinto, trova nei dipinti di Benitez la sua esplicazione e la sua risoluzione, tendente verso un equilibrio che confluisce in un’armonia di linee e colori. Luce ed ombra quindi: forza estetica del caravaggismo ed essenza conflittuale tra l’elemento apollineo e quello dionisiaco tipica della cultura ellenica. Ma vi possiamo trovare un ulteriore contrasto: quello tra l’anima e la maschera, tra l’essere e l’apparire, senza però riuscire a porre una categorica distinzione tra le contraddittorie identità dell’individuo. Accanto a questa serie di opere se ne trovano altre che danno l’idea di quel progetto che l’artista hispano americano si preoccupa di portare avanti col titolo di “PINACOTECA METAFORICA DI RICOSTRUZIONI IMMAGINATE”. “L’unica immagine frammentaria che oggi si possiede dei ‘fantasmi’ del passato – scrive – è data dalle interpretazioni e dalle rare improvvisazioni di antichi artisti romani”. Dal punto di vista tecnico Benitez guarda alle tradizioni italiana e francese del XVII secolo, in particolare alle velature di colori semitrasparenti su ‘grisaille’ monocromatica, insieme a pigmenti quali il Maroger per far rivivere antiche tonalità cromatiche, adattate al gusto e alla sensibilità moderni. Ma il tratto distintivo che rende particolare la sua arte è rappresentato dall’utilizzo di un’antica tecnica pittorica: l’encausto. Il procedimento di cui lui fa uso è legato alle antiche pratiche funebri appartenenti all’area del Fayoum ed è il risultato di una commistione tra cultura egiziana e romana, più precisamente tra la tradizione egiziana dell’imbalsamazione dei defunti e la ritrattistica romana. L’encausto (praticato su superfici dure come muro, marmo e legno) si ottiene mescolando i pigmenti alla cera e facendo stendere questi su un supporto a pennello; poi vengono fissati a caldo con arnesi di metallo (cestri). Il risultato di questa tecnica nella pittura di Benitez si traduce in un effetto realistico insieme ad un elegante contrasto tra opacità dei tratti di colore e luminosità dello sguardo. Le opere da lui realizzate ad encausto hanno per soggetto volti di donne, il cui viso è adornato da acconciature che di volta in volta variano, così come nel tempo variavano i connotati sociali che svelavano la provenienza dei ritratti realizzati sulle bende o sui sarcofagi nell’ Egitto ‘ellenizzato’ dalla presenza della civiltà romana. In quest’ottica l’arte di Benitez può essere considerata una sorta di significativa ‘occasione’ per attuare un recupero storico della nostra civiltà, al fine di illuminare le tracce di un passato che ci coinvolge ancora e che mostra la sua eterna contemporaneità in quanto: “Non si uccide la luce; si può soltanto soffocarla” (Marguerite Yourcenar, Antigone o della scelta in Fuochi).

Sabina Corsaro

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