Bruno Caruso e la realtà della memoria

Artista eclettico, impegnato, Bruno Caruso dà vita ad un’arte che riassume in sé l’elemento pragmatico e quello intimistico-astratto. Si possono citare le sue opere per comprendere questa fusione che spesso si traduce in un’osmosi tra storia sociale e cattura artistica. Il dopoguerra segna per l’artista un momento di ricognizione della condizione malinconica in cui vive l’uomo e la visione delle macerie, delle devastazioni causate dai bombardamenti diventano elementi principali su cui porre l’attenzione.

“Imponderabile e impalpabile…la memoria risiede in un piccolo spazio del cervello non più grande di una prugna…”. Con queste parole Bruno Caruso definisce la memoria, elemento essenziale nella vita dell’uomo. Essa rappresenta, per lui, un “museo immaginario” di cui egli si serve per preservare dal buio dell’oblìo la realtà osservata e vissuta.  “La memoria è stata per me la chiave per entrare nei territori sconfinati dell’arte”, scrive Caruso ed è proprio essa a rappresentare il filo rosso che lega i luoghi e i tempi degli eventi. Lo sguardo sulla realtà si espande includendo episodi cardini nella storia del Novecento: il nazismo, la persecuzione degli ebrei, da cui poi nasce il libretto di disegni intitolato Deutschland uber alless del 1949  ispirato a Grosz. C’è in lui l’attenzione anche alla vita semplice dei pescatori, degli artigiani insieme ad una meticolosa osservazione della natura. Ogni soggetto è da lui trattato con la precisione dell’incisore, resa attraverso un fitto susseguirsi  di linee, di contorni dei soggetti raffigurati.

La realtà ritratta, Caruso lo sa, deve sempre fare i conti con la sua memoria di uomo, poiché lo svolgersi delle scene esistenziali si attua non solo davanti ai suoi occhi ma soprattutto nel suo animo e dalle sue mani viene poi restituito al mondo sotto il velo della soggettività.

L’impegno sociale, così come l’attenzione verso certi eventi storici, spesso costituiscono un unico blocco di marmo, nel quale è possibile, tuttavia, intravedere le varie venature cromatiche. Così la guerra del Vietnam, la strage di Portella delle Ginestre, la lotta contro l’arretratezza della Sicilia,  divengono spunti per fondere la materia storica e l’etica sociale.

Ma lo sguardo di Caruso si sofferma anche su altri aspetti del reale: i diversi, i modi in cui vengono trattati dalle istituzioni, (si pensi al ciclo di disegni legati ai contesti dei manicomi e alle riforme ad esse legate, nelle quali l’artista ha parte attiva), i clochards, i soggetti deboli, rappresentano, tutti, gli attori principali all’interno dell’infernale fabbrica della mercificazione sociale (quella in cui annegano le prostitute, le donne che indossano ‘le belve’ ).

Il reale di Caruso è anche quello descritto da Verga, Pirandello, Lampedusa, Sciascia e altri di cui illustra l’interpretazione letteraria. Il confine tra l’evento storico e il fatto sociale è sottile, talvolta persino invisibile, dal momento in cui l’oggetto di attenzione è, per entrambi, l’uomo. La memoria si plasma e si confonde nella realtà e viceversa, ma è l’arte a renderne chiare le corrispettive connotazioni ontologiche, che colora di chiarezza e razionalità la lieve demarcazione, rendendo comunicabile l’imponderabile…

E sembra quasi di non riuscire mai a scrivere tutto ciò che rappresenta l’arte di Bruno Caruso, come se il tempo e lo spazio disponibili fossero sempre esigui;  forse è proprio questo a ‘penalizzare’ i grandi uomini, i grandi artisti: l’impossibilità di poter definire la loro capacità di aver ritratto la molteplicità della realtà, imprimendola nella memoria di un popolo, nella memoria del mondo.

SC

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