Dalla gola del leone

La scena del lettore interpellato dal suo autore mentre si muove all’interno dei tram o cerca di adagiarsi sul divano di casa con il suo libro in mano  è a noi alquanto familiare e risponde, in parte, alle esigenze legate ad una o, meglio, a più definizioni di ‘lettura’. Ma è nel passaggio dal concetto di lettura a quello di critica che si mostra la patina, appena percettibile, di distinzione tra le due funzioni.

Un testo (che si tratti di un quadro, di una scultura o di un componimento musicale) è simile ad un gioco di scatole cinesi, nelle quali la parte più nascosta viene fuori solo dopo l’apertura di tutte le altre che la racchiudono e che, nel contempo, la nascondono.

Solo dopo una lunga ricerca, attuata con intensa pazienza,  il lettore arriva al cuore della composizione e solo dopo questa penetrazione, egli  è in grado di ricomporre tutto.

La lettura sembra più presentarsi, sotto  quest’aspetto, come ipotesi  ermeneutica, aleatoria congettura, labile impressione, seducente ‘intermittance  du coeur’.

Il critico potrebbe essere inteso alla stregua di un ‘servo’ intellettuale, di un soggetto dotato di coscienza e gusti propri che, tuttavia, si piegano alla categoria e alla sovrastruttura a cui, inevitabilmente, appartengono. Ma il critico è, prima di tutto, un lettore, con in mano qualche strumento in più rispetto al lettore ‘comune’. Scevro di obiettività, non esente da qualsiasi influenza che abbia a che fare con la sua esperienza di vita, il critico non fissa un senso  irreversibile verso il quale indirizzare l’interpretazione, può, al limite, tentare di deviarla, quasi forzatamente.

Il critico storico o l’esegeta non sono meno influenzati  dalla propria coscienza di quanto non lo sia qualsiasi altro fruitore. Lo storico cos’è, del resto, se non il recensore di fatti? Cos’è se non un cronista che di obiettivo, tuttavia, apporta ben poco? Non avremo dubbi sul fatto che uno storico protestante interpreterà gli eventi della Riforma secondo una prospettiva diversa rispetto allo storico cattolico od ortodosso, non potendo sfuggire ad una dicotomia irrisolvibile, quale quella di uomo/giudice. Dicotomia che presuppone sempre un certo spessore di labilità, precarietà e, in altre parole, di umanità.

Lettura e critica ,quindi, come elementi di una dialettica naturale, dove la lettura risulta essere, secondo una visione  approssimativamente sartriana,  lo stadio embrionale di quell’atto completo che sarà la scrittura critica.

Ma il critico è anche detentore di gravi responsabilità, nei confronti  di una tradizione secolare e della struttura all’interno della quale si trova ad operare; le sue radici, quindi, influenzeranno sempre il suo ‘sguardo’, che non sarà mai libero da compromessi, coinvolto in una tensione senza soluzione tra il suo Io interiore e il suo ruolo pubblico, in quella lotta, tutta debenedettiana, in cui sfiniti  si scontrano Giacobbe e l’angelo.

 

Sabina Corsaro

 

 

 

 

 

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