Il cappotto di Proust

Non potevo non rivolgere delle domande a Lorenza Foschini, autrice  del libro Il cappotto di Proust, pubblicato dalla Mondadori. Libro nato da una casualità, che pone una non lieve luce sulle postume, ed intime, vicissitudini proustiane.

Biografia dell’autrice

Lorenza Foschini vive a Roma, ha lavorato per Radio Rai, è stata a lungo conduttrice del Tg2, ha diretto il palinsesto di Rai Notte, autrice e presentatrice di programmi di grande successo come “Misteri”, e “Il filo di Arianna”. Tra le sue tante inchieste è stato premiato il documentario Aquerò, scritto insieme a Vittorio Messori e trasmesso da Rai3 nel ‘96, sulle apparizioni della Madonna a Lourdes attraverso il racconto dell’esperienza della piccola veggente Bernadette. Oggi la giornalista lavora in radio e ha pubblicato il saggio del politologo Giovanni Sartori “La democrazia in trenta lezioni” (da lei curato) e  “Il cappotto di Proust”, entrambi editi da Mondadori.

Il suo è un libro sulla sacralità dei dettagli e sul loro possesso nei confronti degli individui ai quali sono legati. Considerazione, del resto, di matrice proustiana, se è vero che egli soleva asserire che sono gli oggetti a possedere noi, e non viceversa.

E’vero, il mio libro narra dell’importanza che hanno le cose, oggetti amati da persone che non ci sono più e che, secondo una credenza celtica citata da Proust, possono “trattenere”la loro anima. Se qualcuno sottoponesse un oggetto, un mobile, un albero alla crudeltà e al vandalismo, capirebbe che  è come se le persone che li hanno posseduti o amati fossero a loro volta crudelmente colpiti. Se invece noi salviamo e sottraiamo queste cose a tanta crudeltà , per incanto l’anima delle persone che li hanno posseduti torna libera e in pace…. E’ quello che fa il mio protagonista Jacques Guérin con le cose appartenute a Proust e date in gran parte alle fiamme dalla cognata dello scrittore, Marthe, che detestava Marcel soltanto perché era omosessuale e a suo avviso intaccava l’onorabilità della famiglia.

Vengono citate importanti personalità del tempo, da Violet Leduc a Erik Satie, con riferimenti anche ad attività del periodo proustiano o appena successivo, che erano a metà tra il commerciale e l’artistico (profumerie e via di seguito). Lei fa rivivere una Parigi di altri tempi, consegnandoci una suggestiva descrizione dei luoghi cittadini. Cosa ha provato nel ripercorrere quelle vie alla ricerca di Proust?

E’stato bellissimo cercare le strade e i luoghi dove si svolge il mio racconto. Non dimentichiamo che Proust muore nel 1922 e il mio libro si svolge negli anni ’30, un periodo di massimo splendore  per la cultura francese, prima degli orrori della seconda guerra mondiale.

L’attenzione è prevalentemente, quindi, rivolta, alle cose, ma in una prospettiva attraverso la quale non è possibile scindere gli oggetti dalle persone con cui hanno un’interazione. Leggendo il suo libro si ha la sensazione che ciascuno di noi è posseduto da un particolare oggetto, o da cose, da cui ci è impossibile avere un’identità a parte. Proust era il suo cappotto, in un certo senso?

Il cappotto è l’ultimo oggetto salvato da Jacques Guérin, che prima di tutto sottrasse alle fiamme bozze, manoscritti, lettere e carte molto importanti per lo studio della Recherche, in seguito vendute a cifre da capogiro alle aste di Soteby e Chrystie.  L’importanza del cappotto il lettore la scoprirà solo alla fine della lettura del libro e non voglio togliergli la sorpresa. Ma è vero che Proust indossava il suo soprabito foderato di pelliccia anche nel mese di agosto e quando malato, a letto, scrivendo la sua opera lo teneva come una coperta.

Sono descritte anche tutte le vicissitudini delle pubblicazioni dei manoscritti, delle carte, del grande autore della Recherche. Ma ci confidi: trovandosi davanti al cappotto di Proust che sensazione le ha trasmesso quell’indumento, che non si limitava solo ad essere un cappotto. In che modo le ha parlato di Proust?

Vorrei precisare che la causa che mi ha spinto a scrivere questo libro e a “visitare”il cappotto di Marcel custodito nei depositi del Museo Carnavalet non è certo il feticismo. Il cappotto di Proust è importante, oltre ai motivi cui accennavo prima, perché è il simbolo di un odio familiare che spinge i parenti di un genio a non avere alcun amore per le cose da lui amate. Attraverso le cose, questo accade in tutte le famiglie, si possono esprimere sentimenti che non si ha il coraggio di esprimere a voce. Nelle famiglie spesso non si parla, ma infierendo sugli oggetti amati da un congiunto che non si ama è come se si infierisse direttamente su di lui. Quel povero cappotto sdrucito(il lettore lo scoprirà alla fine) è il simbolo dell’incomprensione, del disagio e del timore che si ha verso persone considerate “diverse”. Nel guardarlo, nello sfiorare la sua lana sdrucita ho provato, forse, quello che provò Guérin: un sentimento di indignazione e al tempo stesso di tenerezza per uno dei più grandi scrittori, che certamente sapeva e soffriva per non essere capito in quella sua famiglia che lui tanto amava.

SC

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