Intervista ad Antonio Barrese

Ho intervistato Antonio Barrese cercando di riproporre una sorta di lunga conversazione, una di quelle che spesso si svolgono nei luoghi vissuti che appartengono all’artista.La cosa sorprendente è che anche senza la fisicità dei luoghi è possibile addentrarsi in essi, cogliendone forme e colori. Per necessità di spazio è stata sintetizzata l’intervista, che invece è possibile visualizzare nella sua versione integrale attraverso il formato in  PDF.


Cosa sognavi di diventare da bambino?

Da bambino, bambino non ricordo. Mio padre adottivo avrebbe voluto che diventassi ingegnere navale, io volevo diventare artista – e precisamente di avanguardia – perché una cosa che mi è stata subito chiara, e che ha caratterizzato tutto il mio fare successivo, è stata l’identità tra arte e avanguardia. Frequentando il Liceo artistico, dove si insegnava l’arte accademica, mi costrinsi a percorrere a tappe forzate tutte le avanguardie, dalla fine dell’Ottocento ai post-informali. Per questo realizzai una trentina di quadri a la maniere di… Impressionisti, Espressionisti, Astrattisti ecc. Ero consapevole che fossero tappe da percorrere e da cui non avrei potuto prescindere..Arrivai alla contemporaneità nelle stesse settimane dell’esame di maturità e mi sentii doppiamente libero, come se avessi assolto un dovere e pagato il tributo alla Storia. Dedicai l’estate del 1963 alle prime ricerche cinetiche e programmate. Da quel momento in avanti il fuoco è sempre rimasto acceso.

Quando hai provato per la prima volta curiosità per il connubio (che ancora oggi viene visto quasi come trasgressivo) Arte-Scienza?

Non è che ci sia stata una prima volta. Mio padre era un operaio che viveva nella certezza del fare e del fare bene. Era disoccupato e povero, inoltre, quindi fabbricava lui, con le sue mani mentre io lo guardavo, i miei giocattoli. Conservo ancor oggi un suo fischietto costruito riciclando una lattina dell’olio, tagliata e saldata a stagno. Nel suo laboratorio c’era un generatore di corrente continua per ricaricare le batterie delle automobili, che io usavo come fonte di energia per esperimenti di elettrolisi. È evidente che, all’inizio, non pensassi al binomio Arte/Scienza, quanto piuttosto alla non separatezza tra Arte e Tecniche. Per me è stato naturale usare una molteplicità di mezzi così come per altri è naturale impiegare colori ad olio, tempere, pastelli.

Che ricordi hai di Milano durante la tua adolescenza?

Per capire Milano e l’Italia di quegli anni bisogna ricomporre un mosaico di persone e di idee forse unico e fortuito, formato dalla Resistenza, dall’idea che Milano fosse capitale economica e morale del Paese, dalla certezza che la politica avesse un ruolo centrale nell’evoluzione sociale e la cultura ne costituisse il prezioso carburante. Milano era il luogo di tante diversità che facevano squadra… Luciano Berio e Bruno Munari. Tutti i designer milanesi e le aziende per le quali collaboravano: B&B, Cassina, Danese, Gavina, Kartell, Artemide, Flos ecc. I galleristi: Cardazzo, Le Noci, i fratelli Somaré, Beatrice Monti, Vismara, Palazzoli e numerosissimi altri. I critici, gli scrittori, i giornalisti, gli stilisti di moda… Non trascurerei neppure il complesso della cultura industriale: Olivetti, Pirelli. E assieme a loro tutti gli intellettuali che gravitavano in quell’orbita: Volponi, Sinisgalli e molti altri. Poi le riviste: Domus, Casabella, Ottagono, Forme, Alfabeta, così come non si può non citare l’ambiente universitario di quegli anni. Milano attraversò un magico momento di fulgore; si è poi rapidamente estinta con la fine delle fabbriche negli anni Settanta, per il crollo delle ideologie e l’estinzione della politica.

Com’è stato l’ingresso di questo movimento? Quali sono state le reazioni del mondo artistico-culturale? Avete attuato un qualche sacrilegio in un certo senso?

Non avvenne nulla di preoccupante o di conflittuale. Il mondo era già abituato alle stranezze dei pittori dell’action painting e noi non facevamo nulla di fastidioso, non era amo in conflitto col mondo, casomai in dialettica. Eravamo molto seri nel perseguire i nostri obiettivi e le potenzialità spettacolari delle nostre opere. Certamente le difficoltà non mancavano, ma l’energia era tanta, le speranze collettive animate da passione e positività. Specialmente non si era ancora sviluppata quella lugubre, mortifera cappa di sconforto – che sarebbe iniziata negli anni Settanta – e che sta ammorbando questi anni.

Pullulavano vari collettivi artistici importanti in quel periodo, tra cui il Gruppo T, il gruppo MID (Mutamento, Immagine, Dimensione) e il gruppo N, che hanno gettato un ponte teorico tra l’arte costruttivista, l’arte visuale, l’arte cinetica e programmata.

Sabina, i gruppi non pullulavano affatto, almeno non più di adesso. Oltre ai tre gruppi italiani che hai citato a Parigi il GRAV (Groupe de Recherche d’Art Visuelle). In Germania il Gruppo Effekt, in USSR il Gruppo Dvizenie, in Spagna l’Equipo 57, a Roma il Gruppo Uno e qualche altro. Però i puri erano solo N, T, MID e GRAV. Gli anni Sessanta non erano affatto immobili. L’Italia era in piena ricostruzione e in pieno boom economico, i giovani erano la maggioranza e non la minoranza della popolazione, le arti e l’industria erano attive come mai prima o dopo. Vi erano interessanti campi del sapere che si affacciavano in modo dirompente alla ribalta: la Semiotica, il Comportamentismo, l’Operazionismo, la Cibernetica, l’Ecologia. Il ponte che i gruppi e l’Arte Cinetica e Programmata hanno creato consiste nell’ottimismo nei confronti del progetto, quindi in una visione del mondo problematica, per cui vale la pena intervenire, lavorare e dedicarsi. Sono stato prima artista e dopo designer perché pensavo che entrambe le cose mi aiutassero a capire il senso del mondo, che fossero utili alla qualità della vita, offrissero prospettive, indicassero percorsi e utopie da perseguire ma così non è stato e, durante i tre decenni che ho dedicato al design, il mondo è andato progressivamente degradandosi, fino all’attuale palingenesi..

Quali sono state le difficoltà che si sono manifestate e che hanno portato alla fine di un movimento importante  come quello dell’Arte Cinetica e Programmata, e quindi del Gruppo MID?

L’Arte Cinetica e Programmata è finita inopinatamente, come un bambino soffocato in culla e i motivi della sua fine si sono chiariti solo dopo molti anni. Eccoli:

– Oggettiva difficoltà a essere esposta.

– Rifiuto del mercato da parte della quasi totalità degli artisti. Solo alcuni non hanno avuto remore (per esempio Getulio Alviani e Gianni Colombo), troppo pochi per innescare l’interesse del mercato.

– Fragilità delle opere per il loro carattere sperimentale; in genere costruite artigianalmente dagli stessi artisti.

Circostanze che sono state addebitate come una colpa, al punto che l’Arte Cinetica e Programmata

fu letteralmente cancellata dai libri di storia dell’arte – a volte in modo addirittura grottesco – da un’edizione all’altra rimossa e sostituita con gli epigoni o semplicemente lasciando un vuoto, come se il periodo non fosse esistito. Insomma, un vero e proprio caso di rimozione culturale, se non addirittura una disonesta omissione volontaria.

Qual è, a tuo avviso, il modo (e il metodo) migliore di fare Arte?

L’arte deve essere proposta con forza e in dosi massicce: fare a regola d’arte, fare quanto meglio possibile rispetto alle aspettative e ai tanti condizionamenti, è un esempio indispensabile, specialmente oggi. Fare a regola d’arte significa raggiungere la più coinvolgente capacità intellettuale ed emozionale, possibile perché l’arte vuole essere lontana dall’ovvietà e dal prevedibile e per questo scuote gli animi, fa risuonare coscienze, attiva percezioni. Nel rapporto con la tecnica – con l’interezza del mondo – va cercato il senso dell’arte e il principio della sua legittimità. L’arte non è insegnabile perché si può insegnare solo quel che è stato consolidato dalle esperienze e dalle teorie, mentre l’arte non è teorizzabile se non per il versante etico (che si riduce a poche frasi), è sempre nuova, continuamente si ridefinisce e con tale attitudine propone una nuova visione del mondo. Bisogna imparare a guardare dentro e dietro le cose: l’arte insegna solo questo.

Hai descritto prima la Milano degli anni ’60-’70. Com’è Milano oggi? Qual è il grado di ricezione estetica presente in questa città?

Milano da un po’ di anni sta mostrando il suo vero volto di città dall’anima ordinaria e gretta. Non riesce neppure a mascherare l’indole razzista e la vocazione fascista. Metà di questi motivi sono causati da un deficit della visione artistica avendo, i milanesi, trasformato l’arte in mercimonio da televendita notturna tra un canale porno e TeleMaria, e trasformato gli artisti nelle migliaia di disgraziati che affollano accademie e scuole serali. Per questo sono tornato ad essere artista. Non posso risolvere nulla, ma non mi sento impotente e voglio sperare. Riguardo quello che definisci grado di ricezione estetica… Ci sono tante gallerie d’arte, molto più che in qualsiasi altro periodo, ma non mi sembra che nessuna brilli per particolare carisma. Tutte, poi, dichiarano di dedicarsi ai giovani, banale demagogia dietro cui si cela un più lungo sfruttamento… Tutte espongono la medesima poltiglia post post post, senza che alcuno sia capace di individuare un talento autentico… Merce, insomma.

L’arte intesa come contenuto, messaggio, qualcosa-da-dire, non rientra tra i tuoi Credo. L’opera, è insomma, un testo aperto?

I contenuti non sono infiniti, ma classificabili e numerabili. Casomai ad essere molteplici sono le varianti, le interpretazioni, gli adattamenti tecnici, l’evoluzione dei modi espressivi e, naturalmente, gli infiniti modelli comportamentali e sociali che da quell’insieme di permutazioni si evincono: la dimensione ermeneutica, insomma. Per questo, allora come oggi, mi sembra inutile ripetere cose già dette; la poetica dell’Opera Aperta è completamente integrata nella realtà e non ha più nulla di nuovo da dire, se non vantare un vetusto primato. Essa ha segnato gli anni Sessanta probabilmente sono reperibili, scritte una volta per tutte, nei Testi Sacri delle varie religioni. quando l’opera d’arte è accettata dalla cultura in corso, fagocitata e mercificata, per l’artista è il momento di passare oltre. Insomma, il lavoro dell’artista assomiglia alla rivoluzione permanente trotzkista.


Ma tra autore e lettore c’è una scala di priorità?

Si, tra autore e lettore (fruitore, si diceva) esiste una scala di priorità.

L’autore viene prima. L’autore sa fare.

Detto questo sarebbe diseconomico lasciare al lettore un ruolo passivo, di semplice utilizzatore finale. L’interattività tra fruitore e opera è tipica della concezione artistica degli ultimi cento anni (si pensi ai libri con inizi o finali multipli, in cui il lettore può scegliere percorsi alternativi). Nel 1960 essa ha ispirato il progetto Xanadu, per creare un archivio elettronico della letteratura di lingua inglese, da cui si potessero attingere a volontà testi per la creazione di collage letterari chiamati ipertesti. Tali ipertesti avrebbero dovuto soppiantare il libro come testo fisso sequenziale stabilito dall’autore, e sostituirlo con un prodotto multi-dimensionale in continua evoluzione e personalizzato dal lettore.

Una delle tue ultime opere è l’Albero di luce, nato, hai detto, per essere itinerante, e quindi autonomo dagli spazi che lo ospitano.

Mi ha sempre interessato lo spazio degli ambienti, da penetrare, entro cui immergersi ed agire. La declinazione spaziale degli ambienti è senza dubbio la più complessa, anche relativamente al rapporto che crea col pubblico. Volevo che l’Albero di luce avesse una dimensione – e un ruolo – monumentale che, come dici tu, si ponesse nel contesto e rappresentasse se stesso. Del resto cosa avrebbe dovuto rappresentare, l’attività amministrativa della Giunta, la volgarità natalizia, il degrado antropologico berlusconiano? Hai ragione anche quando sostieni che rimaneva autonomo dall’ambiente.  Un’opera d’arte non ha nulla da spartire con le sculture e le fontane che ornano le rotatorie delle strade provinciali, che faticosamente vorrebbero integrarsi al paesaggio e ambiscono a rappresentare le vocazioni locali..Un’opera d’arte deve imporsi anche sgomitando: questo è il suo compito. Meglio una Piramide oggi che cento case popolari domani, direi se fossi un architetto. Trovo irritante che, dal punto di vista architettonico e urbanistico, si pretenda dai nuovi edifici coerenza con le preesistenze. È un atteggiamento conformista e retrivo come le villette in montagna rivestite per normativa dai materiali locali, come mantenere le facciate di mediocri edifici ottocenteschi per non infrangere il decoro, dimenticando che le Cattedrali erano erette proprio per marcare la differenza, che la Basilica di San Pietro è stata costruita facendosi largo tra casette fatiscenti, che le imponenti Piramidi Maya giganteggiano in pietra facendosi largo nella foresta. Spero che l’Albero di luce non abbia minimamente modificato la percezione di uell’angolo di Milano perché per fortuna è diverso e autonomo.

Qual è il senso della tua Arte?

Esperienza estetica – il più potente plus-valore inventato dall’umanità – è la formula giusta che spiega il mio lavoro. In questo senso il mio futuro di ricerca si muove verso l’Arte Neuronale, verso un’arte che non abbia bisogno di intermediari di mezzi e di apparati..Donare un’esperienza estetica è anche molto arrogante: si tratta di un plus-valore sul quale – non essendo un capitalista – non voglio lucrare e perciò appunto dono, ma i doni non possono essere rifiutati. Mi chiedi esplicitamente quale sia il senso della mia arte. Non lo so e neppure mi interessa! E comunque non posso dirlo io… Esso nasce dalla somma del mio lavoro.Ti piacciono le cose che faccio? Ti interessano? Ti fanno sentire contenta? Avresti voglia, dopo esserti intrattenuta con loro, di passare una giornata con me? Ecco, è questo che voglio, è per questo che sono artista.

Quali sono i tuoi progetti immediati? E come può, a tuo avviso, sopravvivere l’Arte?

Nulla si estingue, tutto continua. Anche l’Arte. Per ogni artista che non riesce a sopravvivere ne nasce almeno un altro che ce la farà, che avrà qualche idea adatta e vincente. Riguardo i mie progetti immediati. Ne ho tanti:

– opere pensate e non ancora fatte,

– pubblicare un libro che data la crisi e l’insipienza degli editori giace in un cassetto da un anno e mezzo, – andare in vacanza (le ho saltate da due anni) col mio gommone a fare immersioni,

– trovare una fidanzata…

Poi da un anno sto lavorando intensamente assieme a un mio ex assistente ora mio socio, Andrea Di Cesare, al progetto OperaAperta, Arte Pubblica

http://www.operaaperta.com/home.html

Nostra intenzione è di realizzare installazioni ambientali ad altro contenuto tecnologico e di realizzare anche il sistema di comunicazione. Nel caso specifico stiamo sviluppando il progetto FlowingRiver_RioAmazonas, un evento artistico che farà fluitare per se i mesi 150 natanti luminosi lungo il Rio Amazonas e lungo la costa atlantica del Brasile. l’impresa è vagamente titanica sia per i costi preventivati – e la conseguente individuazione dei finanziamenti – che per gli aspetti logistici, Le persone al momento coinvolte nel progetto sono una ventina, ed altre se ne aggiungeranno, oltre alle varie istituzioni. Insomma, più che un’opera d’arte un’avventura alla Firzcarraldo! Non sono sicuro di farcela.

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