Proust : Du côté de chez Ruskin

Mentre si accingeva a scrivere una delle più suggestive commemorazioni della Recherche (con i temi delle epifanie e delle intermittenze proustiane, puntando sul metodo critico ebraico),  Giacomo Debenedetti attribuiva  alla figura di Swann  una valenza  iper-significativa nell’identificazione del narratore con i suoi personaggi. E se per, e da,  Debenedetti  una personalità chiave diviene quella di Swann, nell’esistenza del Proust intellettuale una figura influente è quella rappresentata da  John Ruskin.
Il parallelismo tra le due personalità, con  i differenti  termini  di  confronto, va visto alla luce di un’equivalenza che vede in Swann   un alter ego di Marcel, e in Ruskin l’emblema dell’evoluzione di un  rapporto Maestro-discepolo  che diverrà antitetico, se è vero, come scrive Pietro Citati, che lo stesso Proust prenderà ad un certo punto le distanze dalla concezione estetica ruskiniana.
Del modo in cui Proust viene a contatto con la figura di Ruskin ci informa  Jean Autret nel libro L’influence de Ruskin sur la vie, les idèes et l’oeuvre de Marcel Proust quando scrive: “Son professeur de lettres, Paul Desjardin, avait fondé l’Union pour l’Action morale dont le Bulletin, nous l’avons vu, avait publié en traduction des extraits de Ruskin […] C’est qu’il y a de certain, c’est qu’en 1897 Proust s’intéressait déjà à Ruskin”.
Sembrerebbe difatti, secondo Autret, che Proust  avesse già avuto modo di conoscere l’estetica ruskiniana avendo letto tempo prima i due articoli di J. A. Milsand in Revue del Deux Mondes, riuniti poi in Esthétique anglaise nel 1864. “Une semaine après la mort de Ruskin, la Cronique des art s et de la curiosité public le premier article ruskinien de Proust” (J. Autret).
Come ogni buon lettore proustiano sa, esistono punti di contatto e di distanza tra il Maestro e il Discepolo.
La realtà agli occhi di Proust si frantuma, presentandosi come costituita da un insieme di sassolini di dimensioni e colori differenti, solo apparentemente separati, che poi   vengono a far parte di un medesimo mosaico (alla stregua di elementi diversi, adoperati per un’unica, immensa costruzione architettonica). E l’Insieme di cui ogni elemento fa parte non ha alcun richiamo ad una qualsiasi Essenza divina.
L’opera d’arte per il Maestro  inglese equivale, invece, alla manifestazione più elevata di una Bellezza (l’unica) che testimoni, dietro la sua accecante luminosità, le tracce del divino.  Ma su questa visione platonica della realtà, che potrebbe in qualche modo accomunare le due visuali, il filosofo Gilles Deleuze richiama l’attenzione sul tratto distintivo della visione proustiana, la quale da uno stato d’animo fa sì che si passi ad un punto di vista creativo e trascendente, facendo subentrare un’idea dell’oggettività come di qualcosa che si situa non più nel mondo, ma nell’opera d’arte. Ma se in Ruskin è volutamente accettata la corrispondenza tra Arte (o Bellezza) e sentimento cristiano, Proust nell’ultima parte de La Bible D’Amiens, (pubblicata  nella sua tradizione italiana da Quasimodo nel 1946), intitolata Post Scriptum, pur riconoscendo in quella corrispondenza una sua ragion d’essere, scorge dietro quel “miraggio delle parole, dei colori o delle forme belle l’ombra dell’idolatria”. Proust, in questa fase di lotta lucida, opporrà  con fermezza all’idolatria ruskiniana l’idea severa dell’onestà intellettuale e nel periodo in cui rivolge la sua attenzione all’opera di Ruskin traduce la visione ‘corrotta’ della realtà imitata dell’esteta inglese come una sorta di segno non arginato, all’interno di un conflitto irrisolvibile tra miraggio delle forme belle e quella necessaria sincerità intellettuale.

(I Parte)

SC

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