Ricerca e interdisciplinarità

Guardando oltre le intenzioni e le necessità operative, il lavoro interdisciplinare (sviluppato da numerosi teorici del design di area anglosassone ed ulmiana (riferita alla Scuola di Design di Ulm) come Guy Bonsiepe, Tomas Maldonado, Christopher Alexander e altri, nonché da filosofi dell’arte come Abraham Moles, Max Bense) si è risolto più in velleitarie dichiarazione d’intenti che in effettiva operatività. Con questo non voglio negarne il valore, ma intendo ricondurlo alla concretezza, a pratica operativa necessaria ma non paradigmatica, integrata nel processo della ricerca artistica (di qualsiasi ricerca, di qualsiasi fare) e impiegata quando necessario. Insomma, l’interdisciplinarità non è un a priori, ma un momento utile a governare un’operatività complessa e in evoluzione.

Per me non esiste differenza metodologica tra l’interdisciplinarità degli artisti attuali – specialmente di quelli che operano con i new-media e la digitalità – e gli artigiani dell’antichità che padroneggiavano una pluralità di tecniche e materiali in condizioni ambientali ed economiche molto più ostili delle nostre, con difficoltà che richiedevano conoscenze ben più elaborate di quelle necessarie per far saltellare le dita sulla tastiera.

La catastrofe della divisione dei saperi è talmente ovvia che quasi si potrebbe non parlarne.

La pletora dei sedicenti artisti che si esibiscono in Facebook non può essere considerato un valore…

Il tema della dualità – se non della conflittualità – che si suppone esista tra arte e scienza non è recente: delle Due culture scrisse già negli anni cinquanta C. P. Snow e, per fortuna, oggi siamo quasi tutti sicuri che i due ambiti beneficino uno dell’altro, anche se non sembrano esistere (forse è meglio così) metodologie che consentano di muoversi disinvoltamente nei due territori, o una lingua franca che faciliti e normalizzi l’interlocuzione reciproca. Tutto resta caotico e controverso anche se, in un calderone di questo genere (oggi nobilitato dalla definizione Pensiero laterale) è facile che scocchino scintille e corti circuiti e che, come abitualmente si dice, vengano delle idee che costituiscono i presupposti dell’elaborazione artistica.

Idee di cui qualcosa si conosce e che, nel caso le conoscenze non bastassero a realizzarle concretamente, possono essere completate guardandosi attorno: vivendo in un’epoca di sapere diffuso, è facile trovare un gran numero di ingegneri, ergonomi, tecnologi, meccanici, informatici… artigiani e fabbricanti a cui chiedere, a cui far sviluppare software o schede elettroniche. Questa, in  concreto, è l’interdisciplinarità!

In tale contesto nasce la Poetica dell’ArteScienza. Si tratta di una Poetica determinata dalla concretezza del fare e del costruire, dove si trovano aspetti politici, pulsioni espressive, il piacere del Visibile, il desiderio di rappresentare la realtà tramite Forme prima inesistenti, l’interesse per l’interattività, per il movimento, per le sinestesie e per tutto ciò nasce dalla fertile grembo di Arte e Scienza.

Niente di nuovo sotto il sole, come s’usa dire.

La continuità dell’accesso a tante discipline e a tante tecniche è una costante del lavoro umano. Per esempio, nel Medioevo, senza pensare di fare nulla di straordinario, si univa la capacità di allevare una pecora, poi di scannarla, conciare la pelle per farne pergamena, procurarsi i pigmenti e  trasformarli in mezzi di comunicazione, far crescere oche e usarne le penne, costruire leggii e scrittoi, elaborare calligrafie via via più adatte, far crescere uno stile narrativo nuovo e originale (l’immagine legata al testo), organizzare un  ciclo produttivo altamente sofisticato per produttività e qualità, rilegare i fogli di pergamena trasformandoli in codici miniati, di saperli conservare… Anche quello era lavoro interdisciplinare!

Il metodo interdisciplinare, così come comunemente se ne parla, non esiste neppure nei laboratori della NASA. È puerile immaginare persone militarmente organizzate che coordinano saperi, che riescono a incastrare i vari pezzi di conoscenze posseduti da ciascuno di loro. È una fantasia mistificante perché il sapere non è frammentabile (contrariamente a quanto il sistema universitario finge di credere). La parcellizzazione del sapere è utile ad autorizzare la pletoricità del corpo docente, ma assolutamente inefficace ad avvalorare la figura del Maestro; è una misera idea tayloristica del mondo, mentre l’arte è, elettivamente, un lavoro di sintesi.

Viviamo in una cultura pervasa dalla tecnologia.

Perché stupirsi della facile possibilità di governare la pluralità che ci è offerta dall’industria e dalla scienza? Perché non considerare normale l’impiego nell’arte delle tecnologie – anche di quelle più avanzate?

La tecnica e i media costituiscono, caratterizzano il mondo in cui viviamo, delimitano il nostro orizzonte culturale, sono la nostra normalità.

Riconosco di evocare la normalità con un po’ di civetteria: sono consapevole che essa sia quanto di più straordinario e stravagante esiste in un mondo omologato sulla creatività, sul siamo-tutti-artisti, sull’eccentricità massificata e sulla giustificazione della diversità.

Questa deriva è stata descritta negli anni Sessanta da Marshall McLuhan: come la stampa ci ha resi tutti lettori e la fotocopiatrice tutti editori, così il word processor ci ha trasformati tutti in autori, facendo corrispondere ad un’esplosione della produzione un’implosione dei ruoli.

Antonio Barrese

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