Tra il sacro e il profano

L’arte non ha prezzo, sembra un epiteto trito questo, sentito da secoli. La sua natura non rientra nella dimensione sublunare; eppure, lui,  l’artista, l’artefice di quel paradiso che può essere solo in parte colto da occhi estranei, un  prezzo lo paga. La sua esistenza è travagliata, affine a quelle strade tortuose e impraticabili, dove dietro ogni cespuglio si nasconde un fosso che talvolta si rivela un dirupo.  Somiglia ai tratti grumosi  di colore che colano dalle tele che egli crea, candide nel loro sfondo. E così, come quei colori che sulla tavolozza si mischiano in una lotta furiosa, annientando la loro unicità, allo stesso modo i pensieri nella mente dell’artista si mischiano, scontrandosi  ed elevandosi fino a dare vita a insolvibili contraddizioni, pungenti e fervide, come schegge incandescenti che lasciano il segno. Ma quanto vale un’opera che nasce da furia e passione, coinvolgimento ed estasi, dando forma a dei moti dell’animo? In base a quale mero parametro economico si decide il prezzo e quindi il valore di un’opera? L’arte fa dell’artista un creatore e le opere che da lui prendono vita sono creature che gli attribuiscono il nobile stilema della maternità. L’artista, con le sue opere, a prescindere dalla sua identità sessuale,  è prima di tutto madre. Contiene in sé la consapevolezza del dolore, del travaglio, se è vero che ad ogni opera corrisponde un pezzo di anima partorita e sbattuta innanzi  agli occhi del mondo. E se l’arte nasce in queste condizioni e da queste intime e private emozioni, come può l’artista lasciar decidere ad altri il prezzo da attribuire alle forme visibili del suo mare interiore? Eppure succede. L’idea innocente dell’arte come universo tautologico, distaccato dal contesto economico, è mera utopia. L’arte è sublimazione del reale e, paradossalmente, si alimenta all’interno di un sistema che rivela la torbidezza di quello stesso contingente, poiché fa parte di un meccanismo di compravendita che inquina la sua stessa natura, legata invece all’innata predisposizione al pellegrinaggio dell’immaginazione e alla sua resa nelle forme più geniali, in un’essenza che contiene  in sé il sacro ed il profano.

L’arte è inevitabilmente contraddizione: tra astratto e visibile, tra divino e terreno, tra talento e vizio.

Una cuna di scontri tra ciò che dev’essere reso con mezzi umani e ciò che appartiene unicamente al linguaggio  interiore e illimitato, quasi divino. L’arte è ineffabile, spesso attorniata da terreni fangosi e rifiuti che si confondono tra i fili spinati che recintano sconfinate distese di verde.

SC

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